Come si traducono fumetti e graphic novel
La traduzione dei fumetti non è un gioco da ragazzi: lo sa bene il traduttore alle prime esperienze, che si troverà a scrivere e riscrivere la traduzione di un balloon cento volte prima di trovare quella perfetta. E quando finalmente ci riesce… è ora di rifare tutto da capo perché la frase non entra nella nuvoletta. Ah, la dura vita del traduttore di fumetti.
Ma quindi, tradurre un fumetto è più difficile rispetto a tradurre un libro, oppure no?
La risposta breve è: sono due mondi diversi, ognuno con le proprie trappole linguistiche (e qualche buco nero, a volte). La risposta lunga è qui sotto.
Una narrazione frammentata
La prima differenza sostanziale tra un libro e un fumetto è il modo in cui viene raccontata la storia. Un romanzo può prendersela comoda: descrive paesaggi, esplora i pensieri dei personaggi, ci racconta l’intera infanzia del protagonista se serve.
Nel fumetto, invece, il tempo e lo spazio sono tiranni: tutto è più frammentato, più visivo, più rapido, bisogna fare i conti con gli ingombri a disposizione. Le didascalie e i dialoghi devono dire tanto in pochissimo spazio. Un balloon non è un luogo per i giri di parole: deve spiegare l’azione, caratterizzare i personaggi e, magari, strapparci anche un sorriso — tutto in una riga e mezzo.
E non dimentichiamoci delle immagini: ogni frase deve rispettare e rafforzare ciò che accade nel disegno. Tradurre fumetti significa saper lavorare in tandem con l’illustratore, anche se non ci si è mai incontrati.
Le onomatopee: il dramma (e la gioia) del tradurre i suoni
Ah, le onomatopee. Quelle meravigliose parole che non significano nulla… e al tempo stesso dicono tutto. Sono l’anima sonora dei fumetti. Solo che, come ogni traduttore scopre molto presto, non suonano allo stesso modo in tutte le lingue.
In Italia, il gatto fa “miao”. In Giappone, “nyan nyan”. In Inghilterra? “Meow meow”.
Perfino il rumore del bussare cambia identità: da noi è “toc toc”, ma in inglese diventa “knock knock” (ed è anche l’inizio di tutte le barzellette peggiori).
Il traduttore di fumetti, quindi, ha un compito bellissimo ma delicatissimo: trasformare suoni senza perderne l’effetto emotivo. Perché un “BOOM!” che non esplode, è un fallimento sonoro.
Conoscere la cultura per tradurre bene i fumetti
E qui viene la parte più sottovalutata ma fondamentale: la conoscenza culturale del Paese di arrivo, unita al rispetto per il Paese di origine. Perché non basta sapere come si dice “toc toc” in giapponese. Serve anche capire come si ride in quella cultura, di cosa si può ridere… e di cosa no.
Un gioco di parole in inglese può essere intraducibile in italiano, dunque va reinventato, mantenendo tono e intento comico. Una battuta che fa ridere in Francia può risultare offensiva in un altro Paese. Ecco perché chi traduce fumetti è spesso un po’ comico, un po’ mediatore culturale, un po’ equilibrista.
Poi ci sono gli elementi strutturali. Prendiamo i manga, ad esempio: quei bellissimi volumi giapponesi che si leggono da destra a sinistra e dal “fondo” all’inizio, almeno secondo il nostro standard occidentale. Può sembrare bizzarro, ma è una scelta narrativa importante, parte integrante dell’esperienza di lettura. Molti editori scelgono - giustamente, a mio avviso - di non alterare questo ordine, per rispettare l’opera originale. La traduzione deve quindi adattarsi non solo al linguaggio, ma alla struttura della narrazione stessa.
E poi sì, parliamo anche di censura e adattamento. Alcune storie vengono modificate per non urtare la sensibilità di un pubblico straniero, anche a costo di alterare un dettaglio importante o riscrivere un’intera scena. È giusto? È sbagliato? La risposta corretta è: dipende. Ma è certo che anche questo fa parte del lavoro del traduttore/editor: trovare l’equilibrio tra fedeltà all’opera e adattamento culturale, per non snaturare il prodotto ma neanche rischiare lo scontro frontale con le differenze culturali.
Tradurre un fumetto è un esercizio continuo di sintesi, creatività e sensibilità culturale. È un’arte in cui ogni parola conta, ogni suono va dosato e ogni battuta deve colpire nel segno.
E quando ci si riesce, il risultato è una lettura che suona naturale, fa ridere (o piangere) nei punti giusti e fa dimenticare che, in fondo, era tutto partito in un’altra lingua. E allora sì, viva i fumetti. E viva chi li sa tradurre con amore, orecchio e un buon senso dell’umorismo.
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