La “traduzione” delle emozioni: come tradurre l’intangibile?
Le emozioni sono universali, ma il modo in cui vengono espresse, percepite e persino categorizzate varia profondamente da cultura a cultura. Non si tratta solo di una differenza di intensità nel modo di provarle o comunicarle, ma anche di un divario lessicale e concettuale: ciò che una lingua codifica con una parola precisa, in un'altra potrebbe essere espresso con una perifrasi, o addirittura non riconosciuto affatto.
L’espressione delle emozioni non si limita al linguaggio verbale. Anche il linguaggio non verbale gioca un ruolo fondamentale e può essere frainteso quando attraversa i confini culturali.
Un esempio affascinante è quello mostrato nel film “Anatomia di una caduta”, in cui il comportamento freddo e composto della protagonista tedesca viene percepito dalla giuria francese come un segno di colpevolezza. Se lo avete visto - se non lo avete visto, guardatelo - avrete compreso quanto le aspettative culturali sulla manifestazione delle emozioni influenzino persino il giudizio: ciò che in una cultura è visto come riservatezza o autocontrollo, in un’altra può essere interpretato come freddezza o insincerità.
Il lessico delle emozioni: parole che esistono solo in alcune lingue
Quando un concetto emotivo è condiviso da una società, esso prende forma e diventa parte della realtà sociale accettata da quella comunità. Come? Diventano una parola oppure una perifrasi universalmente accettate.
Le parole che descrivono emozioni non nascono dal nulla: emergono quando un gruppo umano riconosce e condivide un’esperienza, codificandola linguisticamente. Questo spiega perché alcune lingue abbiano parole specifiche per emozioni che altre culture non distinguono in modo così netto.
Ecco alcune parole che illustrano questa ricchezza culturale, splendidi esempi di emozioni complesse descritte in società differenti:
- Hygge (danese) – Un senso profondo di calore, accoglienza e comfort, spesso legato alla comodità della propria casa e alla ricerca del benessere quotidiano;
- Wabi-sabi (giapponese) – La bellezza dell’imperfezione e della transitorietà, una filosofia estetica ed esistenziale che invita ad accettare il fluire naturale delle cose senza considerare nulla eterno e immutabile;
- Saudade (portoghese) – Una nostalgia dolceamara per qualcosa di perduto o mai pienamente vissuto, un desiderio che porta con sé un senso di malinconia per luoghi o persone;
- Schadenfreude (tedesco) – Il piacere segreto che si prova nel vedere il fallimento o le difficoltà altrui, un’emozione spesso negata ma profondamente umana;
- Meraki (greco) – Fare qualcosa con passione, mettendoci il cuore e l’anima, che si tratti di un’opera d’arte, del proprio lavoro o di un gesto quotidiano come cucinare per chi si ama;
- Lagom (svedese) – Il giusto equilibrio, né troppo né troppo poco, una sorta di “aurea mediocritas” o di “virtù che sta nel mezzo”: la chiave di un approccio moderato e armonioso alla vita, secondo gli svedesi.
Questo fenomeno non riguarda solo le emozioni astratte, ma anche la percezione del mondo fisico. Gli inuit, le popolazioni native delle estreme terre del Nord, per esempio, hanno oltre cinquanta termini diversi per descrivere la neve, oppure i giapponesi hanno inventato una parole per l’atto meditativo e contemplativo di osservare i ciliegi in fiore: hanami (花見).
Il linguaggio modella le emozioni
Le emozioni non sono soltanto innate: sono costrutti sociali.
Il nostro cervello non si limita a "sentire", ma interpreta, classifica e dà significato alle sensazioni che proviamo. La neuroscienziata Lisa Feldman Barrett, nel suo libro “How Emotions Are Made”, spiega come avere un vocabolario emotivo ricco renda più facile per il nostro cervello processare e comprendere ciò che sentiamo. Al contrario, chi dispone di poche parole per descrivere le proprie emozioni può avere difficoltà a riconoscerle e gestirle. Insomma, se non sappiamo dare un nome a ciò che proviamo… soffriremo di più.
Un’estrema povertà lessicale in questo ambito può portare persino a difficoltà psicologiche: è il caso dell’alessitimia, una condizione in cui una persona fatica a identificare e verbalizzare i propri stati emotivi. Senza un nome per un’emozione, diventa più difficile darle un senso e affrontarla.
Dare un nome all’intangibile: un aiuto per tradurre il mondo
Se le emozioni nascono dall’interazione tra individuo e cultura, allora possiamo chiederci: è possibile creare nuove parole per descrivere emozioni che sentiamo ma non sappiamo nominare? Forse, invece di limitarci a tradurre da una lingua all’altra, dovremmo provare a costruire il nostro personale vocabolario emotivo. Più riusciamo a dare nomi alle nostre sensazioni, meno il nostro cervello si affatica nel cercare di interpretare la realtà.
In un mondo sempre più interconnesso, comprendere come le diverse culture esprimono l’intangibile è fondamentale non solo per la traduzione, ma anche per la comprensione reciproca. E chissà: forse, adottando parole di altre lingue, potremmo arricchire la nostra capacità di sentire e comunicare, trasformando il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. In fondo, al netto delle differenze culturali, ci sono molte risposte emozionale identiche, trasversali, che accomunano ogni essere umano.
Un esempio su tutti? La felicità sembra essere l’emozione più interculturale, innata e fisiologica, espressa in modo univoco da quasi ogni popolo: tramite il sorriso.
Anche se non è sempre esistito come risposta alla felicità - gli antichi romani pare non sorridessero, il sorriso “nasce” nel Medioevo - oggi è un’espressione di positività pressoché universale!
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